Finuala
Dowling è una poetessa sudafricana. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta di poesie
ispirate alla condizione della madre, affetta di Alzheimer, ma anche alla
propria condizione di figlia caregiver che ha finito per ricoverare la madre in
una casa di cura. La raccolta s’intitola “Appunti dal reparto demenza”.
Due tabù:
una parola –“demenza” – che preferiamo non sentire; un atto – il ricovero – che
cerchiamo fino all’ultimo di evitare. L’esperienza di una persona che invece
affronta entrambi, traducendo le proprie emozioni in immagini e parole, potrà
forse aiutarci a guardarli in faccia e parlarne a nostra volta. “Mi sono
sentita molto sola”, mi ha scritto l’autrice. “Sarò felice se condividere
questa mia esperienza con i vostri lettori potrà aiutare a diminuire la
solitudine di chi si trova – come me allora – ad affrontare la malattia e le
sue conseguenze.”
E’ difficile spiegare…. Chiedo
spesso ai miei studenti di scrittura creativa di iniziare la loro poesia con
queste parole. Più in là potranno scartarle, ma l’intenzione è di spingerli a
descrivere qualcosa delle loro emozioni, per quanto problematiche e insondabili
possano sembrare. A volte io stessa sento il bisogno di digitare quelle parole
quando mi accingo a scrivere. Sono piena di idee, ma non trovo le parole per
spiegare i dilemmi che le idee racchiudono. Mi sento come un archeologo che
cerca di mettere insieme i frammenti che ha trovato e di immaginare cosa si dovrebbe
inserire negli spazi che li separano.
Mentre scrivevo
queste mie nuove poesie, ciò che non riuscivo a spiegare era l’effetto che mi
aveva fatto prendermi cura di mia madre mentre scendeva l’inesorabile china
della demenza; il senso di tradimento quando l’abbiamo affidata a
un’istituzione specializzata nella cura di persone vulnerabili come lei; il
panico e la disperazione quando non riuscivo a trovare i fondi necessari per
coprirne il costo; la sofferenza per la morte improvvisa di un fratello
amatissimo e apparentemente in buona salute.
In questo
periodo di perdita – ma più che di perdita, la mia sensazione era di essere
stata derubata di qualcosa – c’erano anche momenti più leggeri, fulminei
sprazzi di amore e di ilarità.
In un primo
incontro con i miei editori, sentivamo tutti e tre che c’era qualcosa che mancava
ai fogli del mio manoscritto, sparsi disordinatamente sulla tavola da pranzo in
mezzo alle briciole dei pasticcini.
Mi sono resa
conto che una delle cose che mancava era una poesia che avevo deciso di non
includere: “A ottantacinque anni, la mente di mia madre…” L’avevo anche
presentata in pubblico, a un circolo di lettura, ma non ne ero soddisfatta. Non
ero riuscita a comunicare la difficoltà di accudire mia madre e nel contempo di
portare avanti la vita di tutti i giorni. La disintegrazione mentale di mia
madre aveva sconvolto tutta la mia famiglia, ma il pubblico se ne stava lì
seduto come se non fosse successo nulla.
Fu soltanto più
tardi, quando cercavo di ricollegare questo primo sforzo poetico agli altri
componimenti che avevo dedicato all’argomento, che sono arrivata a capire che
non si trattava di una poesia fallita, ma di una poesia solitaria. Le poesie
hanno bisogno di entrare in dialogo con altre. Da allora, leggo sempre tre o
quattro poesie insieme. Solo così si riesce a comprendere la complessità del
dolore, della rabbia, della colpa, della fatica estrema, per non parlare della
tentazione di commettere matricidio.
La poesia “A
ottantacinque anni, la mente di mia madre…” utilizza l’immagine di un castello
in rovina per suggerire cosa si sentiva ad affrontare il declino di una madre
bellissima, persona straordinaria, genitore intellettualmente e spiritualmente
formidabile. Si apre con un catalogo delle afflizioni del suo presente:
Quando vaga di stanza in stanza
cercando qualcuno che non c’è,
quando s’informa del posto dei
cucchiai,
quando sputa il cibo che non può masticare,
quando l’ultima luce fioca sembra un tremolio
di cenere,
e lei esclama: “Che triste fine di
una bella giornata!”
allora penso che, a ottantacinque
anni,
la mente di mia madre è un castello
in rovina.
Noi fratelli,
prigionieri di questa nostra condizione di figli e, insieme, di caregivers, non
siamo soltanto turisti di passaggio. Colei che ci tiene prigionieri era un
tempo la nostra roccaforte.
Accudire un
genitore anziano ti porta inevitabilmente a riflettere sulla tua infanzia. Mia
madre aveva quarant’anni quando io sono nata; svegliandomi di notte, quando ero
bambina, spesso non riuscivo a riprendere sonno, angosciandomi al pensiero
della sua mortalità:
Avevo dieci anni e tu cinquanta,
ne avrei avuto quindici e tu
cinquantacinque,
venti e tu sessanta.
Cercavo di
calcolare se sarei arrivata a un momento in cui la sua morte non mi avrebbe
turbato, ma “i numeri crollavano –/ un’orfana a qualunque età.” La poesia “Fatti
più in là” giustappone questo ricordo con l’ironia della mia situazione
attuale, dove continuo a fare calcoli notturni intorno alle nostre età, ma con
tutt’altro timore:
Ho quarantacinque e tu ottantacinque
ne avrò cinquanta e tu novanta,
sessanta e tu un secolo.
Sono contenta di
avere avuto il coraggio di includere la domanda “ma perché mia madre non
muore?” in un’altra poesia: “Dove Google non è arrivato.” Come molte persone
afflitte, ho perlustrato Internet alla ricerca di soluzioni. Ho trovato risposte
a tutte le possibili domande di cultura generale, ma nulla che mi aiutasse su
come fare il caregiver. Solo buon senso, buoni sentimenti, qualche piccola
licenza: “E’ duro accudire persone affette da Alzheimer e altre forme di
demenza. L’importante è far sì che siano felici. Ogni tanto, invita un amico a
sostituirti mentre esci per prendere un caffè, o vedere un film”. La mia poesia
cerca di vendicarsi dei tanti luoghi comuni contenuti nei manuali
dell’Assistenza sanitaria nazionale.
Chi non riconosce
in questa reazione rabbiosa la distanza incommensurabile tra chi vive giorno
per giorno, nell’intimo, nel profondo, lo sconvolgente rapporto con la malattia
di una persona amata, e coloro che se ne occupano dall’esterno? Tradurre
l’indicibile in formule semplici, tranquillizzanti, come sono costrette a fare le
strutture assistenziali, porta inevitabilmente a semplificazioni che se a volte
aiutano, altre volte possono aumentare la solitudine di chi si sente
incompresa, forse anche colpevolizzata.
Le
reazioni variano da persona a persona e, nella stessa persona, secondo gli
umori e le esperienze del momento. Lo stato d’animo del caregiver fluttua tra
angoscia estrema, panico e il coraggio che deriva dalla consapevolezza di poter
ricorrere alle proprie doti di razionalità, umorismo e fantasia creativa.
A
volte la mancanza si trasforma in presenza – o presenze – come quando, per
Finuala, tracce della vita e delle identità passate della madre (ex-attrice) riaffiorano
e prendono forma, come se fossero personaggi teatrali chiamati a recitare sul
palcoscenico della vita.
Un’altra poesia
sulla mancanza è quella che mi sono messa a scrivere subito dopo l’incontro con
i miei editori. “Mero oblio” è il tentativo di correggere uno squilibrio nella
raccolta, dove mia madre si presentava quasi unicamente come una fragile ottuagenaria.
Eppure, durante
le mie visite presso la casa di cura, anche ora che è rimasta quasi del tutto
priva di parole e di momenti di veglia, ho la sensazione della compresenza di
tutte le altre facce di sé – la donna giovane, o quella elegante, o quella
arguta ed efficiente….
Un giorno,
mentre aiutavo mia madre, tutta ricurva su di sé, a fare una delle sue brevi ma
faticose camminate, strascicando i piedi lungo il corridoio della casa di cura,
fui quasi sconvolta dalla presenza di queste precedenti incarnazioni. Parevano
camminare accanto a noi, guardarla con preoccupazione mentre si aggrappava al corrimano,
aiutarla più di quanto riuscissi a fare io, sua figlia, così goffa e incapace. Avrei
voluto, subito, scriverci sopra una poesia, ma mi sembrava troppo difficile.