RECENSIONE
IL CERVO FERITO Questo è il titolo che ci
piace dare alla nostra breve recensione sul libro “ L’altro Kant” pubblicato
nel 2009, per le edizioni PICCIN. E’ lui, Immanuel Kant, il
“cervo ferito”: così il grande filosofo si riferiva alludeva a se stesso negli
ultimi anni della sua vita, parlando o scrivendo agli amici. Per le nostre conoscenze o
nel nostro immaginario il cervo è un animale libero, agile, veloce e “ il cervo
ferito” è la metafora di un essere che in un certo senso nega la sua identità, non
potendo più percorrere o sognare di percorrere ampi spazi, cercare vasti
orizzonti. “ L’altro Kant. La malattia, l’uomo, il filosofo”è un libro nato dal contributo di più autori: Renato
Fellin, geriatra, Stefano Caracciolo, psichiatra, Federica Sgarbi , filosofa. Intento comune è presentarci
il filosofo, non nella sua veste ufficiale quale icona della filosofia, ma come
uomo, ripercorrendo, con l’aiuto di scritti di biografi e testimonianze di
amici, le sue giornate, seguendo le sue abitudini quotidiane, i suoi gusti, le
sue ossessioni, chiedendosi, in parallelo, quanto il vissuto personale abbia
influito sulla costruzione del suo sistema filosofico. I tre autori si soffermano
sugli ultimi anni della sua vita, anni in cui Kant si allontana
progressivamente dall’attività professionale, lascia il suo ruolo pubblico,
mentre si evidenziano chiari segni di indebolimento delle sue capacità
cognitive. Quali professionisti che si occupano del cervello e delle sue
funzioni si interrogano sulla mente di questo filosofo, che ha saputo costruire
un sistema di luminosa razionalità che tiene conto dell’uomo nella sua
interezza, con le sue capacità,i suoi limiti, le sue aspirazioni, fisiche e
metafisiche. Come è avvenuto il processo
di decadimento? Kant ne è stato consapevole? Infatti, dato che il nostro giornale si
rivolge a lettori interessati ad un aspetto specifico, anche noi vogliamo
approfondire il problema dell’insorgenza di un deterioramento cognitivo, chiedendoci
se abbia sofferto proprio di malattia di Alzheimer. I segni che emergono dai suoi
scritti e da testimonianze sembrano avvalorare questa tesi. A 72 anni, nel 1796, anno nel
quale tiene l’ultima lezione all’università, annota sul suo diario: “ Non feci
alcuna lettura a causa dell’età e dell’indisposizione” e più avanti: “ La mia
salute non è quella di uno studioso, ma di un vegetale”. Kant aveva sempre avuto un
interesse forte e costante per la medicina e si può presumere quindi che il
filosofo avvertisse l’avanzare del male e presagisse il dramma incombente. Nel 1798 il suo biografo
annota: “ cominciò a ripetere i suoi racconti più di una volta nello stesso
giorno”, e “ poiché si era accorto anche lui che la memoria gli si affievoliva,
per evitare ripetizioni, annotava i temi su foglietti.” Nel 1802 emerge del disorientamento spaziale e
pochi mesi dopo l’affaccendamento afinalistico. Testimonianza di questo suo
progressivo smarrirsi è il suo Opus Postumum , un lavoro dove si notano
variazioni rilevanti rispetto alle modalità che Kant aveva sempre seguito nell’esporre per
iscritto il suo pensiero, modalità molto interessanti da decodificare. Kant usa
un formato di carta molto grande, scrive con grafia minuta, sistema al centro
della pagina il concetto principale e ai margini i concetti consequenziali. Si rende conto adesso di non
riuscire più a “comprendere” nel suo cervello una complessità di concetti. Come
nel primo caso aveva pensato ad annotare quello che diceva per evitare di ripetersi, così adesso
organizza un concetto dall’inizio alla sintesi conclusiva, tutto su una stessa
pagina, per averne la visione d’insieme. “ Kant vuole abbracciare
almeno con lo sguardo ciò che non riesce più ad abbracciare con la mente.” dice
Federica Sgarbi. Nella sofferenza “ avvertita”
Kant escogita strategie utili ad orientarsi in labirinto che diventa progressivamente
sempre più infido. E noi ci chiediamo se e
quanto lo abbia aiutato Dal 1803 sarà necessaria per
lui un’assistenza continuativa; morirà il 12 febbraio Con assoluta coerenza, con
estrema dignità Kant ha vissuto la sua vita e la sua malattia. Questo libro attraverso le
diverse parti ci ha condotto in un percorso molto interessante, che abbiamo
potuto seguire agevolmente, grazie anche ad un’esposizione chiara e scorrevole. La lettura conferma anche le
nostre convinzioni: il malato di Alzheimer, dall’insorgere della malattia
all’esito finale, continua spesso per molti anni a dare il suo contributo,
escogitando nuovi modi e attivando nuove strategie. E’ una persona. Piero Vigorelli nella sua bella introduzione
al volume riflette: “ E’ una persona che vuole ancora vivere, contrattare e
scegliere le cose che la riguardano” Noi diciamo: E’ un cervo
ferito, ma sempre un nobile cervo, che ha attraversato ampie radure e a lungo
lottando per non arrendersi ha cercato vasti orizzonti. M.S. e L.B. |
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