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La malattia

1 Alois Alzheimer (1864-1915)
E’ il neurologo tedesco che ha dato il suo nome alla malattia, essendo stato il primo a rendersi conto che il caso, da lui osservato e presentato nel 1906 al Congresso di Tubinga, non rientrava nella nosografia ufficiale delle demenze allora conosciute. 

La Malattia
La demenza di Alzheimer è una malattia cronico-degenerativa caratterizzata da una lenta e progressiva degenerazione neuronale che compromette le capacità cognitive e funzionali della persona. Questa patologia, altamente invalidante rappresenta il 60% di tutte le demenze e la sua prevalenza è in continuo aumento a causa del fenomeno di invecchiamento della popolazione, una delle più significative "emergenze" che i sistemi socio-sanitari si trovano ad affrontare da alcuni anni per l'impatto che ha sui servizi assistenziali e sulle famiglie.

I dati relativi alla prevalenza della demenza riportati negli studi condotti in diversi paesi industrializzati, indicano tassi abbastanza comparabili, che oscillano intorno al 8% nei soggetti con età superiore ai 65 anni. La prevalenza specifica per classi di età è intorno all'1% nei soggetti di età compresa tra i 65 e 69 anni e raddoppiando approssimativamente ogni 5 anni di età, arriva ad oltre il 30% nel gruppo di età compresa tra gli 85 e 89 anni. In Italia, secondo lo studio ILSA del CNR la demenza interessa il 6,4% delle persone oltre i 65 anni, il 7,2% delle donne, il 5,6% degli uomini.

La malattia di Alzheimer rappresenta circa il 60% di tutte le forme di demenza.
Inoltre il tasso di incidenza annuale è stimato in circa l'1% nei soggetti di età superiore ai 65 anni.
Secondo il Piano Nazionale Demenze la stima delle persone affette è di oltre 1.200.000 circa; nei riguardi della Regione Lazio il dato è di circa 84.000 persone. 

La principale fonte di supporto assistenziale, anche secondo l'ultima indagine CENSIS (2015), proviene dalla famiglia, che si fa carico dell'assistenza , mettendo a rischio anche la propria salute psico-fisica. E' necessario quindi costruire una rete di servizi relativa ai bisogni di tali persone.
Infatti progettare ed approntare servizi di assistenza e intervenire con approcci terapeutici non solo farmacologici, rappresentano attualmente le uniche possibilità per assicurare loro una qualità di vita accettabile e dignitosa
.
Nonostante i grandi numeri, nella grande maggioranza dei casi tale malattia è sporadica, cioè non a carattere genetico. Inizia in maniera subdola e insidiosa, tanto che spesso nemmeno i familiari se ne accorgono. 


L'evoluzione della malattia può essere suddivisa, con molta approssimazione, in tre fasi:

La prima fase è caratterizzata da perdita di memoria e da progressiva incapacità di imparare nuovi concetti o nuove tecniche. Possono insorgere ansia e depressione, secondarie ai fallimenti e alle difficoltà che la persona incontra nel far fronte a situazioni usuali. Si notano modificazioni del carattere e della personalità, difficoltà nei rapporti con il mondo esterno, diminuzione delle capacità percettive visuo-spaziali, incertezza nei calcoli e nei ragionamenti che richiedono giudizio logico.

La seconda fase è caratterizzata dal peggioramento delle difficoltà già presenti, dalla perdita di gestualità finalizzata (aprassia), del riconoscimento di luoghi e persone (agnosia). Di conseguenza le azioni della vita quotidiana diventano problematiche e la progressiva perdita di memoria (amnesia) crea situazioni di pericolo (perdersi per strada, lasciare il gas acceso, ecc.), rendendo il malato perennemente insicuro e a volte confuso. Presto sono perdute anche le capacità di leggere e di scrivere (alessia, agrafia). I disturbi del linguaggio (afasia) e il peggioramento delle capacità visuo-spaziali, ma soprattutto l'insorgenza di disturbi comportamentali (agitazione, aggressività, apatia, inversione sonno-veglia, ecc.) rendono difficili anche i rapporti con i congiunti, con un deteriorarsi globale della qualità di vita di tutta la famiglia.

La terza fase è caratterizzata dalla perdita completa dell'autosufficenza. Compaiono difficoltà nel camminare, rigidità degli arti, incontinenza; le espressioni verbali sono quasi ridotte a ripetizione di parole dette da altri, o a suoni continui o addirittura vi é mutismo. Spesso la persona si riduce in sedia a rotelle o è allettato

Il tentativo di identificare tappe sequenziali nello sviluppo della malattia nasce dalla necessità di avere una diagnosi accurata e una precisa stadiazione di malattia, poiché a fasi diverse corrispondono bisogni e carichi assistenziali differenti. E' necessario anche verificare l'efficacia di terapie farmacologiche e non farmacologiche durante il decorso, poiché è dimostrato che alcuni farmaci, una buona assistenza, la riattivazione e la cura delle malattie concomitanti sono in grado di rallentare la durata del processo e migliorare la qualità di vita di tutto il nucleo familiare.

Riportiamo di seguito la scala più usata per la stadiazione della malattia: la GDS (Global Deterioration Scale) di Reisberg.

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