E’ corretto sostenere che il malato di Alzheimer sia illogico?

La malattia di Alzheimer, ormai conosciuta anche dal grande pubblico, rischia di dare luogo ad una generica banalizzazione di segni e sintomi.
In realtà, se osserviamo bene il malato, ci accorgiamo che la sua capacità di ragionare rimane a lungo intatta, anche se il ragionamento si basa su oggetti dei quali non percepisce più bene il significato e la funzione.

Esiste, infatti, in lui un sottile filo – molto individuale – che collega il suo pensiero alle sue azioni. Dire che questo pensiero sia del tutto sconnesso è sbagliato, così com’è sbagliato paragonarlo al nostro. Nella mente del malato si instaura una nuova realtà, che sostituisce quella precedente e che governa il suo nuovo comportamento: conserva una certa capacità di ragionare, ed anche se i mezzi usati per esprimere od illustrare il suo ragionamento a noi paiono insensati, dimostra spesso nell’uso di questi una grande logicità.
Ad esempio, in preda ad allucinazioni, il malato di Alzheimer reagirà in modo logico rispetto ad immagini che percepisce come vere. Se tali immagini provocano in lui un sentimento di paura o di pericolo, egli si difenderà aggredendo.
Un padre che non riconosce più il genero, ma lo prende per un estraneo introdottosi clandestinamente nella camera da letto della figlia, cercherà, per proteggerla, di picchiare l’intruso e di mandarlo via da casa.

Niente di strano se, nell’intento di arricchire un vaso di ciclamini, afferra una manciata di cucchiaini e li conficca nel vasetto a mo’ di piantine, non facendo distinzione tra fiori e cucchiaini.
Oppure se, timoroso della polizia, con la quale, magari, ha avuto un diverbio in passato, dispone, ogni sera, davanti alla porta d’ingresso grandi ciotole di pastasciutta al pomodoro cucinata da sé, nella speranza di ammansire i poliziotti.
Questi atti, compiuti da persone sane, ci farebbero sorridere e, scuotendo con indulgenza il capo, dire: “Ma questo è matto!” Invece le medesime azioni compiute da un malato siffatto diventano, per noi, motivo di costernazione, e ci affrettiamo a rimetterlo sul “giusto” binario, dimentichi del fatto che, per lui, la sua realtà è altrettanto valida quanto la nostra.
La perdita della memoria intensifica gli atteggiamenti che chiamiamo incoerenti. Ma che cosa vi è di più logico, per chi non ricorda quello che ha detto un minuto prima, di tornare sull’argomento e di ripetersi all’infinito?
Queste ripetizioni ossessive provano in noi impazienza ed irritazione, ma il malato, nel suo contesto patologico, si comporta in modo perfettamente logico per lui.
Anche la tendenza al ritorno alla casa del infanzia è una prova di ragionamento coerente. Se il malato non riconosce la casa nella quale si trova, che cosa c’è di più logico che cercare di tornare a quella che, invece, ricorda bene e che rappresenta la sicurezza?
Quando guardiamo perplessi e spesso critici i giovani d’oggi, con i loro capelli tinti, gli anelli che forano il naso e le labbra, non osiamo interferire e accettiamo in silenzio queste forme di dissociazione dalle nostre regole di vita ben ancorate alla tradizione. Perché, allora, irritarsi se il malato, volendo aiutare la moglie, apparecchia il tavolo per sei, quando la famiglia è composta da solo due persone? Per lui si tratta di un’azione perfettamente logica dato che gli ospiti che ha creduto di vedere poco prima in soggiorno erano per lui delle persone in carne ed osso.

Se le incongruenze del malato non incidono in modo sconvolgente sul nostro modo di vita, e non rappresentano per lui un pericolo, si può benissimo convivere con esse senza dover cercare, ad ogni costo, di riportare il malato sulla “retta via”. Non intervenire ed accettare queste bizzarrie, con una scrollata di spalle, è anche una forma di rispetto da parte nostra nei confronti della sua particolare condizione.
Da giovani eravamo attratti da tutto quello che usciva dall’ordinario e, per affermare la nostra indipendenza ed individualità, volevamo essere a tutti costi diversi dagli altri. Cerchiamo, dunque, di decodificare il comportamento del nostro familiare, di imparare a conoscere il modello ch’egli segue, e con molta pazienza e moto amore, di scoprire il filo sottile che lo collega al mondo che orami gli è familiare.

Federica Caracciolo

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